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· Abbiamo qualcosa da raccontarvi: "I vini delle isole minori 2°Parte" ·
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I vini delle isole minori 2°Parte

Seconda parte di Antonio Lagravinese
Attraversiamo il Mar Tirreno, costeggiamo il sud della Sardegna per poi risalire leggermente verso l’Arcipelago del Sulcis. Qui la nostra guida turistica ci consiglia una sosta sull’Isola di San Pietro in località Carloforte.

CIU’ROUSSOU Isola dei Nuraghi igt 2014 – Tanca Gioia Carloforte – Carloforte (CI)
Due osservazioni sull’etichetta del vino. Il fenicottero stilizzato è un omaggio a questi animali migratori che da sempre hanno eletto come tappa intermedia dei loro viaggi la salina di Carloforte. La scritta U Tabarka è invece un riferimento alla storia del paese. Carloforte è infatti un’isola linguistica poiché oggetto di una colonizzazione avvenuta nel 1738 da profughi liguri (in particolare di Pegli), provenienti dalla costa tunisina, in particolare da Tabarka. Si consideri che ancora oggi a Carloforte si parla questo dialetto tramandato dagli avi detto appunto tabarkino. Il terreno vulcanico sabbioso e la scarsissima piovosità rendono questa viticoltura necessaria di ingenti investimenti nonostante la scarsa resa che se ne ricava. La Cantina è stata fondata da alcuni soci milanesi che hanno creduto nel recupero dei vitigni autoctoni Vermentino, Bovale piccolo, Bovale e Carignano, affidandosi inizialmente alla consulenza di Piero Cella, personaggio di spicco dell’enologia sarda. L’assaggio presenta una avvertibile ma contenuta riduzione; l’ingresso in bocca è comunque molto bilanciato. Buono l’apporto di frutti rossi  e avvertibile la vena tannica del vinaccioli. Le uve di Bovale Piccolo in purezza (detto anche Muristellu) liberano la loro caratteristica speziatura e sentori di frutti di bosco, il suolo regala sapidità e mineralità. Il grande pregio di questo vino è forse il suo maggior difetto: l’assoluta avvolgenza ed equilibrio in bocca. Un vino perfetto, che dimostra una grande tecnica enologica ma che pecca leggermente in personalità.
Le immagini di vigneti spazzati dal vento e bagnati dal mare, di terrazzamenti improponibili, di terreni arsi e mari cristallini si stanno sovrapponendo nela nostra mente ma il viaggio non è ancora finito, ci aspetta ancora la Sicilia, in particolare l’Isola di Salina.

TENUTA RUVOLI Salina igt 2014 – Salvatore d’Amico – Leni (ME)
Il vino prende in nome da un vigneto di poco più di mezzo ettaro localizzato in una colata vulcanica sopra al paese di Leni. Vigne a spalliera di 40 anni di età con una densità di impianto di circa 5000 ceppi/ha ed una altitudine di 300m/slm. Le uve sono quelle che troviamo sugli analoghi terreni dell’Etna: 50% di Nerello Mascalese, 40% di Nerello Cappuccio e 10% di Corinto ed altri vitigni minori. La zona è molto ventosa e caratterizzata da forti escursioni termiche. L’azienda ha disposizione un vecchio palmento tutt’ora in uso e si dedica anche alla produzione di capperi. Anche in questo caso si è rivelata preziosa la consulenza di Salvo Foti per la sua esperienza nel trattare queste uve e questi particolari terreni. L’olfatto segnala immediatamente una evidente riduzione ed una nota foxy che svaniscono però velocemente in seguito ad una energica areazione. Spezie, macchia mediterranea, note salmastre ed una punta di catrame accompagnano un assaggio dal quale emergono tannini setosi, una inusuale freschezza , una bella nota di liquirizia ed un’ottima bevibilità. Ottima anche la persistenza di questo vino che troverà la sua massima realizzazione con un corretto abbinamento gastronomico.

Non c’è crociera che si rispetti senza la festa finale. In questo caso la festa per le nostre papille gustative è opera di Delfina Piana e, ovviamente, di Italo che ci accompagna all’ultima tappa del nostro viaggio: Pantelleria.

PASSITO DI PANTELLERIA doc 2007 – Ferrandes – Pantelleria (TP)
La Famiglia Ferrandes è originaria della Spagna ma presente sull’isola da oltre seicento anni e continua a fare ciò che ha fatto da sempre: il vino. La piccola realtà artigianale produce anche capperi e uva passa. L’agricoltura sull’isola è molto sviluppata anche perché la popolazione aveva attuato, per necessità, una sorta di autarchia dovendosi rendere indipendente dalla terraferma, non sempre raggiungibile e dal mare non sempre praticabile per la pesca. Il vento impietoso del Canale di Sicilia costringe a proteggere le viti di zibibbo tramite una coltura ad alberello in conche scavate nella sabbia. La conca serve anche a raccogliere le foglie e creare un humus che nutre le piante e regala un po’ di umidità al terreno. Agricoltura biologica, vendemmia da metà Agosto e conseguente appassimento sui graticci. Dopo la vinificazione affinamento in acciaio per minimo due anni (ma si arriva anche ad oltre quattro…). Il colore è uno splendido giallo oro con qualche riflesso ambrato. In bocca è potente, un tripudio di frutta candita, uva passa, fico, miele e poi frutta secca ed una nota quasi balsamica a rafforzare una freschezza comunque presente. Un vino estremamente complesso, per nulla stucchevole, con un invidiabile equilibrio tra le tre componenti: acidità, alcolicità e zucchero. Vi avevo però detto che anche Delfina aveva dato il suo prezioso contributo a questa chiusura di serata, e lo ha fato proponendoci in abbinamento al passito una torta con crema di marron glaces pinoli e noci. Se il dolce in sé era già di splendida fattura, l’accordo con il vino è stato ottimale. Un abbinamento per concordanza dove le note tostate del passito hanno trovato rispondenza nella frutta secca della torta mentre la parte zuccherina ed alcolica hanno affiancato la pasta e la crema di marroni in modo esemplare.

Il nostro viaggio è giunto veramente l termine, quello di Italo Maffei invece continuerà alla ricerca di nuovi produttori da proporre ai clienti di Proposta Vini. Talvolta scrivendo di vino e, ancor più grave, degustando il vino, ci limitiamo a dare sfoggio di tecnica degustativa, a sferzare i nostri sensi per ricercare il più recondito profumo, la più lieve sfumatura dimenticandoci di ciò che realmente è importante. La riflessione di Italo, che volentieri facciamo nostra, è che la parte tecnica è solo marginale nella complessità dell’approccio al vino. Il vino è fatto da uomini, mani rovinate, sudore e paesaggi. Paesaggi straordinari, territori lasciati talvolta abbandonati e riscoperti e rivalutati proprio grazie al lavoro di questi uomini. Capendo la bottiglia possiamo capire il lavoro che è dietro a quel bicchiere, comprendere che acquistare una bottiglia significa anche sostenere quei viticoltori che sono diventati custodi del paesaggio, dare un concreto aiuto al mantenimento di un patrimonio culturale ed agricolo, aiutare la sopravvivenza di vigneti che sarebbero destinati inesorabilmente all’espianto. Bere vino, acquistare vino, conoscere il vino non è solo un atto edonistico, ma significa anche conoscere la geografia di un luogo, scoprirne la storia, condividerne le tradizioni, non è esagerato definirlo un atto culturale. A dimostrazione di questo impegno quasi “sociale” segnalo che Italo Maffei è l’ispiratore del progetto “Memorie di Vite” condotto assieme a Piero Cella, che ha permesso il recupero e valorizzazione di vecchissime viti anche centenarie in Sardegna che erano abbandonate e che adesso sono state messe in produzione, pur se con rese quantitativamente minime.
La degustazione di certi vini prescinde dalla sterile assegnazione di un punteggio di valutazione con i metodi tradizionali. L’approccio VOG che da sempre invita a giudicare un vino ribaltando la sequenza dell’assaggio partendo dalla bocca è quello che più facilmente riesce a rendere giustizia a questo tipo di produzioni artigianali. Due sono i descrittori della nostra scheda sui quali vorrei fare una considerazione. Il primo è la “personalità”: attribuire ad  un vino una caratteristica normalmente assegnata alle persone vuol dire pretendere implicitamente che attraverso la degustazione si debba riconoscere una impronta che prescinda dalle peculiarità di vitigno o territorio (altra specifica voce della scheda)  ma che sia specchio della progettualità di chi ha prodotto quel vino, ne sia la sua impronta digitale. L’altra voce fondamentale ed originale è la “bevibilità”. La degustazione è certamente una sequenza di vista, olfatto e gusto ma non bisogna dimenticarsi che sotto la voce “gusto” non c’è solo la ricerca di dolcezze, acidità, tannini o sentori retronasali ma ci deve essere principalmente una sensazione tattile, la valutazione di cosa suscita in noi un vino, capire se il sorso , per quanto perfetto, rimane fine a se stesso o se invece, anche scontando qualche imprecisione, ci richiama ad un nuovo assaggio.
Ebbene, tutti i vini di questa sera avevano come denominatore comune la straordinaria bevibilità, un comune richiamo all’abbinamento al cibo, delle indiscutibili variegate personalità, specchio di uomini e territori diversissimi ma accomunati dall’eccezionalità dei luoghi e dalla passione dei produttori.
Ringraziamo quindi VOG per l’organizzazione di una serata di altissimo rilievo ma soprattutto Italo Maffei per averci trasmesso parte di quella passione ed entusiasmo che traspare da ogni sua parola e che trova concretezza nelle splendide selezioni da lui proposte.

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